Hotel Parco Nazionale D'abruzzo

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Il Parco Nazionale d'Abruzzo è l'area protetta più famosa e antica d'Italia; oggi la sua estensione ha raggiunto i 50.000 ettari dopo il recente ampliamento alla Valle del Giovenco; il territorio è compreso su 3 regioni, 3 province e 25 comuni: in Provincia di L'Aquila: Alfedena, Barrea, Bisegna, Civitella Alfedena, Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, Opi, Ortona dei Marsi, Pescasseroli, Scanno, Villavallelonga, Villetta Barrea; in provincia di Frosinone: Alvito, Campoli Appenninico,Pescosolido, Picinisco, S. Biagio Saracinisco, S. Donato Val Comino, Settefrati, Vallerotonda; in provincia di Isernia: Castel S. Vincenzo, Filignano, Pizzone, Rocchetta al Volturno, Scapoli. Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise rappresenta una delle rare zone dell'Europa Occidentale dove, nelle vaste foreste che ammantano i monti o nelle alte praterie rupestri, è ancora possibile imbattersi in animale come l'Orso marsicano, il Camoscio d'Abruzzo, il Lupo, la Lince e l'Aquila reale. Molte altre specie di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci rappresentano altrettante rarità tanto da essere inserite nella "Lista Rossa" degli animali d'Italia, o sottoposte a tutela internazionale dalla Direttiva Habitat o dalla Convenzione di Washington (CITES). E’ opportuno prenotare con un certo anticipo la visita, consultando i Centri altrettanto importante è la Flora del Parco con oltre 2000 specie tra cui rarità assolute come il Giaggiolo della Marsica o la Scarpetta di Venere che trovano nelle radure e negli anfratti del Parco l'ultimo rifugio. Il successo del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise risiede anche nel fatto di aver saputo coniugare la conservazione dell'ambiente naturale con lo sviluppo socio-economico delle comunità locali. I numerosi Centri di Visita, le Aree Faunistiche, la rete sentieristica e le altre infrastrutture esistenti per la fruizione del Parco hanno consentito la rivitalizzazione di piccoli centri storici di grande valore. Il cuore dell'area protetta è situato nell'Alto Sangro, nel contesto di una oblunga "fessura" dell'Appennino delimitata da due imponenti catene montuose che corrono per lunghi tratti parallele, da nord-ovest a sud-est. Fu nel comune di Opi, uno dei più suggestivi del Parco, che il 2 ottobre 1921 la Federazione Pro Montibus et Silvis di Bologna, guidata dall'illustre zoologo professor Alessandro Ghigi e dal botanico professor Romualdo Pirotta, volle istituire la prima area protetta d'Italia affittando dal comune stesso 500 ettari della Costa Camosciara, nucleo iniziale del Parco, situato nell'alta Val Fondillo, divenuta successivamente una delle valli più famose e frequentate. E' proprio in questo impervio territorio, difficilmente accessibile, dell'Alto Sangro che trovarono rifugio l'Orso bruno marsicano, il Camoscio d'Abruzzo, il Lupo appenninico ed altre specie non meno importanti. Il 25 novembre 1921 ci fu la cerimonia inaugurale e per acclamazione fu costituito l'Ente Autonomo Parco Nazionale d'Abruzzo. L'11 settembre del 1922, per iniziativa di un Direttorio Provvisorio presieduto dall'onorevole Erminio Sipari, parlamentare locale e autorevole fondatore del Parco, un'area di 12.000 ettari ricadente nei comuni di Opi, Bisegna, Civitella Alfedena, Gioia de' Marsi, Lecce dei Marsi, Pescasseroli e Villavallelonga, insieme a una zona marginale di 40.000 ettari di Protezione Esterna, divenne Parco Nazionale alla presenza di tutte le autorità, presso la Fontana di S. Rocco a Pescasseroli, dove resta una lapide corrosa dal tempo a ricordo del famoso evento. Poco più tardi lo Stato italiano, con Decreto Legge dell'11 gennaio 1923, ne riconosceva ufficialmente l'istituzione. Qualche decennio prima, il Re Vittorio Emanuele volle istituire in quest'area una riserva di caccia, per evitare lo sterminio incombente e l'estinzione di importanti ed uniche specie selvatiche. D'altronde sia l'Orso Marsicano che il Lupo e il Camoscio avevano abitato un'area molto più vasta comprendente quasi l'intero Appennino, ma il degrado degli habitat, procurato dall'eccessivo disboscamento e dalla diffusa antropizzazione, nonchè la caccia indiscriminata, li aveva relegati nei luoghi più remoti e selvaggi. Proprio grazie al Parco questi luoghi conservano ancor oggi quei valori naturali e culturali della montagna tanto da ispirare altri territori a seguirne l'esempio. L'uomo moderno, completamente coinvolto dalla società super-tecnologica, può ritrovare nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise un pezzo della propria storia e della propria evoluzione, una storia scritta su un libro ancora aperto fatta di vicissitudini geologiche, di misteriose selve e di una cultura socio-economica sobria, parsimoniosa e creativa. Nei rilievi più importanti, come il Monte Marsicano, la Montagna Grande, la catena del Petroso e della Meta, il Monte Greco, sono scolpiti in forma visibile i segni dei grandi eventi della storia della Terra, che hanno condizionato la morfologia del territorio fino ai nostri giorni. Là dove 160 milioni di anni fa si ergevano possenti scogliere coralline immerse in caldi mari tropicali, oggi possiamo ammirare imponenti massicci. Le acque meteoriche, sciogliendo il calcare con cui è stata "costruita" la roccia, penetrano nelle viscere dei monti, si arricchiscono di preziosi minerali e vanno a formare grandi emergenze situate alla base delle catene montuose. Notevoli e suggestive sono le ingenti sorgenti del Volturno, nei pressi di Rocchetta al Volturno o quelle di Posta Fibreno nell'alta Ciociaria, che nel contesto formano habitat acquatici di raro valore naturalistico. Lungo i versanti e le valli del Parco si possono ammirare le impronte delle glaciazioni che anno lasciato ai nostri giorni circhi glaciali, morene e massi erratici sui Monti della Meta, sul Marsicano e sul Greco. Ancora più emozionanti appaiono gli enormi fenomeni erosivi prodotti dalle acque piovane e dai fiumi che, fessurando la fragile roccia, forgiano profonde gole, come quella della Foce di Barrea, una forra spettacolare di 5 chilometri di lunghezza attraversata dal fiume Sangro che, dopo aver formato l'omonimo lago artificiale, fragorosamente raggiunge la pianura alluvionale tra Alfedena e Castel di Sangro, tra vertiginose pareti verticali. La morfologia del territorio è molto complessa ed elaborata, per cui nel contesto dei rilievi montuosi si aprono ampi altipiani come la distesa di Pescasseroli o suggestivi pianori carsici come quello delle "Forme" in comune di Pizzone e quello di "Campitelli" in comune di Alfedena, incassati nella ripida cordigliera delle Mainarde. Le vallette in quota assumono aspetti unici e rari quando, per lo scioglimento delle nevi, si formano laghetti, come il lago Vivo ubicato a circa 1600 metri di altitudine che riempie un'ampia dolina circondata dalle aspre pareti della catena, di oltre 2200 metri s.l.m., del Petroso e dei monti della Meta; o come il particolarissimo Lago Pantaniello posto nella valle glaciale di Chiarano, a 1800 metri s.l.m in cui vivono e si sviluppano una flora ed una fauna rare e preziosissime. Tuttavia, quando si arriva nel cuore del Parco grande è l'emozione provocata dall'impressionante anfiteatro naturale della Camosciara molto simile, nell'aspetto e nella struttura, alle montagne dolomitiche, che racchiude nel proprio contesto la zona di Riserva Integrale. Da qualche anno è stata abolita la strada provinciale che consentiva la penetrazione nell'area per circa 3 km al traffico motorizzato, con grande disturbo per la flora e la fauna selvatiche. Oggi, invece, partendo dall'area di sosta, situata a fianco della SS Marsicana, oltre la riva destra del Sangro, È possibile godere del grandioso scenario percorrendo un comodo itinerario a piedi, accompagnati dai suoni della natura e lontano dagli assordanti rumori delle auto, moto e pulman. La catena della Camosciara, insieme alle contigue Val di Rose e Valle Iannanghera rappresentano i luoghi del "culto" della natura protetta, dove si possono osservare con meraviglia a pochi metri di distanza e in ogni stagione, stupendi esemplari del Camoscio d'Abruzzo, "il camoscio più bello del mondo", che grazie all'opera dell'Ente Parco, ha raggiunto oggi la consistente popolazione di circa 700 individui. Lungo i sentieri consentiti, È possibile seguire il volo silenzioso dell'Aquila Reale oppure imbattersi facilmente con Cervi, Caprioli e, con un po' di fortuna, con l'elusivo Orso bruno marsicano, vero gigante della fauna del Parco e simbolo incontrastato della natura protetta. All'inizio della stagione autunnale le valli risuonano dei cupi richiami dei cervi in amore e nelle prime ore del mattino di fine settembre, nel surreale scenario della val Cupella È possibile assistere all'emozionante raduno di centinaia di individui, tra le violente e aspre contese dei maschi per la conquista degli harem. Lungo i versanti, quasi sempre impervi, si dipartono innumerevoli e ripide vallate come la profonda incisione della Valle del Sagittario che dopo vari chilometri di ripide strettoie si apre nella conca di Sulmona; o come la profonda Val Canneto,nel versante laziale, dove la ricchezza delle acque e il clima particolarmente umido ne fanno una delle valloni più ricchi di vegetazione forestale. A differenza dai parchi delle Alpi, dove il rigido e nevoso clima invernale rende inaccessibile il territorio, il Parco Nazionale d'Abruzzo È possibile visitarlo, con adeguato equipaggiamento, in ogni periodo dell'anno tanto da poter apprezzare le evoluzioni della natura delle diverse stagioni con le innumerevoli tonalità dei colori e le molteplici "melodie" della natura. La caratteristica prevalente della vegetazione È data dalle foreste che conservano una grande estensione dando al Parco una connotazione unica; a seconda dell'altitudine e del substrato geologico, possiamo trovare, tra gli 800 e i 1200 metri di quota, grandi estensioni di querceti prevalentemente a Quercus cerris (Cerro) su terreni argilloso-arenacei; oltre i 1000 metri prevalgono vasti boschi di faggio che spesso raggiungono i piani sommatali, fino a 1800 metri s.l.m., dove lasciano il posto alle praterie culminali. Sia nelle cerrete che nelle più diffuse faggete abbondano altre specie arboree che rendono più pregevoli e colorati gli ecosistemi forestali, come in particolare l'Acero di Lobel, l'Acero montano, l'Acero opalus, l'Acero obtusatum che nella colorazione autunnale spicca per il bel rosso carminio delle foglie, il Tiglio nostrale, Tasso, l'Agrifoglio, il Sorbo montano, il Sorbo degli uccellatori dalle vistose bacche rosse, il Carpino bianco, il Melo selvatico, il robusto Biancospino che borda vecchi coltivi abbandonati con efflorescenze dal bianco candore; nelle balze della Camosciara si abbarbicano impenetrabili boschetti del prezioso Pino mugo, relitto delle ultime glaciazioni. In varie circostanze ci si può imbattere in alberi secolari, veri patriarchi della natura, simboli delle antiche foreste primigenie, quasi del tutto scomparse in Italia e in Europa. La foresta È l'habitat ideale del Parco e in essa le specie selvatiche hanno un sicuro luogo di protezione e di rigenerazione. Alcune faggete, tra la Camosciara e le Mainarde, possono ospitare rarissime specie di uccelli, che altrimenti sarebbero del tutto estinte, in particolare il Picchio Dorsobianco che cerca il suo habitat migliore nelle foreste secolari, dove i tronchi marcescenti rappresentano i luoghi ideali di nidificazione e di alimentazione. Questo piccolo volatile e considerato un importante indicatore dello stato di salute e di naturalità degli ecosistemi boschivi ma i pesanti disboscamenti e una concezione prevalentemente produttivistica degli alberi hanno relegato questa specie in ristretti areali. Il versante nord-ovest del Parco si affaccia nell'immenso altopiano lacustre del Fucino, prosciugato dal principe Alessandro Torlonia nel 1877 e trasformato in una vasta pianura agricola, ma recentemente sfruttata eccessivamente e degradata con l'aggravante massiccio inquinamento da pesticidi. In questo versante la natura del Parco assume forme altrettanto caratteristiche, anche se diversificate rispetto all'Alto Sangro, con la splendida Vallelonga dagli infiniti itinerari che si perdono nei tramonti incantevoli della vastità dei Prati d'Angro; la ridente Valle del Giovenco dai climi miti e favorevoli per la coltivazione di gustosi fruttiferi; la Cicerana con le sue belle faggete alternate ad ampie radure, abitualmente frequentata dell'Orso ma che negli anni'60 del secolo scorso, sull'onda di una malintesa valorizzazione turistica, è stata oggetto di speculazioni edilizie, con realizzazione di seconde case. La pregiata area è stata successivamente riscattata dall'Ente Parco, con la demolizione di quelle strutture estranee e deturpanti. I fenomeni glaciali e il carsismo hanno plasmato l'area del Parco alle diverse quote, ma le trasformazioni del territorio si susseguono sotto la spinta inesorabile del tempo con la lenta e impercettibile azione dei venti, delle nevi e delle acque che ne modellano perennemente gli aspetti. In questo comprensorio, cosÏ ampio e diversificato, ha potuto svilupparsi una ricchissima varietà floristica, di cui sono state censite oltre 2000 specie di piante superiori, molte delle quali endemiche e rare tra cui il Giaggiolo marsicano (Iris marsica), la Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus)meravigliosa e rara orchidea, il Pino nero (Pinus nigra var. Villetta Barrea), un endemismo, "parente" dell'alpino pino nero austriaco, specializzatosi a vivere nell'Alto Sangro, dopo il ritiro dei ghiacciai verso nord. A primavera e d'estate ogni angolo del Parco si riempie di colori variegati dovuti alle fioriture di primule, anemoni, viole, ellebori, ranuncoli, orchidee, sassifraghe, i bellissimi Giglio rosso e Giglio martagone, genziane e genzianelle tra cui l'azzurro intenso della Genziana dinarica. Il Parco custodisce una grande e preziosa biodiversità floristica e ciò rappresenta un fatto eccezionale importanza, considerato che all'esterno nell'area protetta molte specie vanno scomparendo a ritmi incalcolabili. La flora è stata ed è oggetto di studio da parte di ricercatori di tutto il mondo. Oltre alle piante superiori sono state documentate e studiate 342 specie di funghi, 57 di microfunghi, 151 di licheni, 174 di muschi, 80 di alghe, 36 di epatiche. Numerosi sono i microambienti dove la vegetazione puÚ svilupparsi come i pianori d'alta quota, i ghiaioni, gli ambienti rupicoli, i pianori carsici e le vallette nivali, le golene lungo i corsi d'acqua; a ciò si aggiunga la più varia esposizione che ne determina il microclima, il diverso substrato roccioso, ai margini delle sorgenti la vegetazione forma pregevoli e rari biotopi acquatici. Un cenno a parte merita la potente e diffusa torbiera Pantano-Zittola, un'importante zona umida del settore molisano, nella fascia di protezione del Parco, che si configura come un unicum nell'Appennino centro-meridionale, per la rilevante estensione e come punto di sosta strategico per il ristoro dell'avifauna acquatica. Più del 50% dell'area protetta È occupata da vegetazione forestale che lo stesso prof. Romualdo Pirotta, all'inizio del secolo, celebrava attribuendogli una valenza eccezionale e determinante per la creazione del Parco Nazionale. Le foreste del Parco sono per il 90% di proprietà pubblica e dall'inizio del 900 fino al 1969 sono stati sottoposti a giganteschi disboscamenti; si calcola che solo nel periodo tra il 1955 e il 1967 siano state tagliate circa 700.000 piante di alto fusto per essere vendute al commercio industriale. Le valutazioni spesso vengono sottostimate trascurando i moltissimi tagli abusivi. Purtroppo, i comuni titolari dei beni silvo-pastorali frequentemente utilizzano la vendita dei boschi allo scopo di ripianare i bilanci comunali e non sono mancate, come altrove, operazioni speculative di sfruttamento indiscriminato del patrimonio boschivo. Oggi l'Ente Parco, attraverso indennizzi e/o forme di affitto e gestione di tali beni, puÚ in parte salvaguardare le foreste e fare in modo che possano rigenerarsi per l'arricchimento della natura nell'interesse più generale. Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise conserva la fauna più importante e rappresentativa tra i mammiferi e i grandi carnivori. Si È ormai consolidato un nucleo di circa 80-100 di orsi, circa 600 camosci, circa 500 esemplari di cervo, diversi caprioli; il Lupo ha ricolonizzato il comprensorio e tende a riaggregarsi in piccoli branchi; recentemente sono stati segnalati vari esemplari dell'elusiva e misteriosa Lince. L'avifauna È ben rappresentata, con 230 specie censite, tra cui primeggiano i falconidi con l'Aquila reale, il falco pellegrino ed altri interessanti rapaci diurni come lo Sparviero, il maestoso Astore, il raro Lanario e, tra i rapaci notturni, il rarissimo Gufo Reale. È soprattutto l'elevata diversità ambientale che crea le condizioni per una grande varietà faunistica rappresentativa degli ecosistemi forestali, acquatici, delle aree arbustive e delle praterie culminali. Spesso, a torto, viene trascurata la cosiddetta fauna minore ma, attraverso studi e ricerche si sono potute annoverare oltre 5000 specie di invertebrati, tra molluschi, anellini e insetti. Particolare interesse suscita la paleontologia e qualche anno fa nella fascia di protezione esterna, in agro di Scontrone, sono stati rinvenuti fossili appartenenti a vertebrati, vissuti 10 milioni di anni fa, durante il Miocene, precursori delle specie attuali tra cui Hoplitomeryx, uno strano cerbiatto a 5 corna. Attraverso lo studio dei resti fossili si È potuto ricostruire il paleoambiente, diversissimo dall'attuale, costituito da un sistema di lagune marine interne da cui emergevano vari isolotti in un clima tropicale. Mentre per le epoche situate tra 170 e 30 milioni di anni fa cui abbiamo molte testimonianze, delle epoche recenti, antecedenti il Quaternario, conosciamo ancora poco e questo giacimento fossile getta una nuova luce sullo studio delle origini. La presenza dell'uomo nel Parco È attualmente concentrata in alcuni piccoli centri abitati che rappresentano delle comunità residenziali. Con l'impulso dato all'economia locale dalle attività e dai servizi ecoturistici, il Parco ha contenuto lo spopolamento dell'area rallentando i fenomeni migratori verso le aree industrializzate e metropolitane. I villaggi turistici che gravitano all'interno dell'area protetta, in particolare Civitella Alfedena, Barrea, Villetta Barrea, Opi e Pescasseroli, sono quelli che negli ultimi decenni hanno ottenuto i maggiori benefici attraverso una capillare organizzazione di servizi e di accoglienti strutture ricettive; l'Ente Parco ha documentato un "impatto economico" annuo nel comprensorio pari a circa 150 milioni di euro. Ma i segni della presenza dell'uomo nel Parco sono documentabili sin dal Paleolitico superiore (circa 20.000 anni fa). Varie ricerche hanno messo in luce rudimentali insediamenti temporanei dell'uomo cacciatore, soggetto a nomadismo e seconda dei periodi climaticamente più favorevoli. Tracce delle attività umane di quell'epoca sono rinvenibili anche a quote elevate, a circa 2000 metri, alle falde del monte Marsicano; tuttavia di particolare interesse È la Grotta di Achille Graziani situata a circa 1000 metri s.l.m. nei pressi di Villetta Barrea alla confluenza tra il torrente Scerto, che raccoglie le acque della Camosciara, e il fiume Sangro. In questo insediamento stagionale sono state ritrovati strumenti e manufatti dell'industria litica tra cui punte, bulini, grattatoi, raschiatoi, lame, schegge, nonché lavorazioni su osso; inoltre figurano resti fossili degli animali, cacciati dall'uomo, che abitavano il Parco in quell'epoca, tra cui il Lupo, la Martora, il Cervo, il Capriolo, il Camoscio ed anche della marmotta che dopo la fine delle glaciazioni trasferita a nord, il Bue primigenio successivamente estintosi. I molteplici ritrovamenti stanno a significare la floridezza degli habitat e il diffuso nomadismo; in effetti è stato ipotizzato che i cacciatori del Paleolitico, durante le stagioni estive, risalissero i versanti marsicani del Parco, dagli insediamenti situati sul lago del Fucino, consapevoli dell'opportunità di cacciare i grandimammiferi abbondantemente presenti nell'area. Con la "rivoluzione" neolitica e la nascita dell'agricoltura l'uomo ha continuato a frequentare il territorio lasciando ovunque le proprie impronte; le popolazioni agro-pastorali denotano una società di tipo tribale, ma con grande evoluzione culturale; qualche anno fa sono venute alla luce importanti testimonianze, proprio nel cuore del Parco, nella Val Fondillo, dove è stata rinvenuta una necropoli sannitica, tipica delle popolazioni italiche; a fianco di una giovane defunta, seppellita in una tomba a tumulo con pietre squadrate, sono stati trovati oggetti decorati, tra cui collane, fibule, vasellame, a testimonianza di un elevato livello culturale e sociale di quelle popolazioni. La ricostruzione della tomba della donna vissuta nel VI sec. a.C. è esposta presso il museo naturalistico di Pescasseroli. Non mancano altre testimonianze delle popolazioni pre-romane; possiamo solo ricordare le vestigia delle antiche città fortificate di Cominio presso Alvito, Plestina presso Gioia de' Marsi, Auphydena (l'attuale Alfedena) con l'acropoli del Curino e la necropoli di Campo Consolino dove sono state stimate circa 3000 tombe. I monti del Parco, d'altronde, occupano una posizione centrale e strategica rispetto alla ampie vallate dove si diffusero con più facilità le attività agricole e dove si insediarono le varie tribù italiche, che molto filo da torcere diedero all'Impero romano, tra cui i Marsi che occuparono la Marsica fucense, i Peligni attestati nelle omonima vallata, i Sanniti insediati tra valle del Sangro e l'antico Sannio (oggi Molise e Campania); gli Ernici, i Volsci ed gli Equi sul versante Laziale. Le attività umane che hanno caratterizzato l'area negli ultimi duemila anni sono essenzialmente tre: una modesta agricoltura realizzata attraverso una gestione intelligente dei suoli lungo i versanti montuosi e collinari con la creazione di terrazzamenti e un'accorta gestione idrogeologica; una silvicoltura i sussistenza senza mai alterare profondamente il patrimonio boschivo; ma ciò che ha più contraddistinto la vita delle popolazioni di questi e di altri luoghi dell'Abruzzo interno È la pastorizia, gestita attraverso un complesso sistema di tratturi che consentivano la tradizionale "transumanza". I pastori si spostavano periodicamente con le gregge di pecore lungo questi itinerari, che collegavano stagionalmente le pianure del "Tavoliere delle Puglie" e i pascoli in quota dei monti del Parco. Uno di questi tratturi, rimasto famoso nella tradizione, È quello che collega Pescasseroli a Candela, situata nel foggiano. Proprio l'Ente Parco annualmente rinnova questa importante tradizione con una manifestazione che si svolge lungo le tracce degli antichi tratturi per poi raggiungere il Museo della Transumanza a Villetta Barrea.

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