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Milano

Generalmente conosciuto come il maggior edificio rinascimentale di Milano,, il Castello Sforzesco ha, in realtà, una storia di distruzioni, ricostruzioni e modifiche. Il primo nucleo fu fatto erigere da Galeazzo Visconti II tra il 1358 e il 1368 a ridosso delle mura trecentesche della città. Per la vicinanza alla Porta Giovia, l’edifico prese il nome di Castrum Portae Jovis (Castello di Porta Giovia). Il figlio di Galeazzo II, Gian Galeazzo, e i suoi successori lo fecero ampliare e per tutto il Quattrocento ne svilupparono i settori residenziali. Alla morte di Filippo Maria Visconti, nel 1447, fu proclamata la Aurea Repubblica Ambrosiana e i milanesi si accanirono sul castello, distruggendolo in parte. Nel 1450 Francesco Sforza, fondatore dell’omonima dinastia, prese possesso dell’edificio e affidò i lavori di ricostruzione agli ingegneri militari Giovanni da Milano, Marcoleone da Nogarolo e Jacopo da Cortona. La nuova fortezza, che sorse in parte sulle preesistenti fondamenta, fu eretta su pianta quadrata e munita di quattro torri, due quadrate e due circolari. Queste ultime furono progettate da Filarete che ideò anche un’ulteriore torre da porre al centro della facciata. A differenza delle altre, la cosiddetta Torre del Filarete non aveva funzione difensiva, ma era una specie di osservatorio sulla città. L’importanza residenziale del complesso è confermata dalla decisione di Galeazzo Maria Sforza di abbandonare il Palazzo di Corte, accanto al Duomo, per andare a risiedere nel castello. In questo modo, l’edificio da piazzaforte militare si trasformò in una sfarzosa dimora signorile la cui decorazione interna fu affidata a Vincenzo Foppa, Cristoforo Moretto, Benedetto Ferrini. A quest’ultimo si devono, tra le altre opere, la cappella ducale e i due cortili porticati (Cortile della Rocchetta e Corte Ducale in cui è presente il Portico dell’Elefante). Ludovico il Moro continuò l’opera del suo predecessore chiamando a Milano artisti come Bernardino Zenale e Bernardino Butitone che, insieme ad una schiera di pittori minori, affrescarono gli appartamenti ducali. Un’attenzione particolare va alla Sala della Balla su cui sono dipinte le gesta di Francesco Sforza. Nell’ultimo decennio del Quattrocento Ludovico chiamò anche il Bramante, a cui si deve il completamento del Cortile della Rocchetta e la costruzione di una ponticella (piccolo ponte) che doveva unire il castello ad una strada coperta, e Leonardo da Vinci. Quest’ultimo progettò, ma non poté realizzare, il monumento equestre a Francesco Sforza e una torre di 150 m munita di faro, che doveva sostituire quella del Filarete. Del grande maestro al Castello Sforzesco rimane la decorazione della Sala delle Asse il cui soffitto è interamente coperto da un intreccio di fronde di gelso. La scelta di questo albero non fu casuale. La parola latina che traduce gelso, morus, ricorda il nome del committente dell’opera, Ludovico detto appunto il Moro. Inoltre, questa pianta era sin dall’antichità simbolo di saggezza e prudenza. Nel 1499 il castellano Bernardino da Corte a tradimento aprì le porte del castello alle truppe di Luigi XII, re di Francia, comandate dal maresciallo Gian Giacomo Trivulzio. Per più di trent’anni l’edificio sarà teatro di assedi e scontri. Nel 1521, durante una di queste operazioni, un’esplosione determinò il crollò della Torre del Filarete. Con la morte di Francesco II (1535), il ducato di Milano, per un complesso gioco dinastico, passò sotto il dominio spagnolo. In questa fase, il castello perse la sua funzione di residenza della corte per trasformarsi tra la seconda metà del Cinquecento e i primi del Seicento in una delle cittadelle militari più vaste d’Europa. A questo scopo furono eretti nuovi, imponenti baluardi e, per alimentare il fossato che circondava sia il castello sia la cinta muraria della città, furono scavati dei canali, chiamati Navigli, che convogliavano a Milano le acque del Ticino e dell’Adda. Durante l’assedio delle truppe francesi di Luigi XV del 1733, il complesso subì ingenti danni. Nel 1796 Napoleone Bonaparte, durante la campagna d’Italia, ordinò la distruzione del castello che iniziò nel 1800, ma che si limitò alle opere esterne (le cortine e i baluardi) le cui macerie servirono a riempire i fossati, senza investire i muri perimetrali e le costruzioni d’epoca sforzesca. Nel 1877, dopo che il complesso era stato utilizzato come caserma per diversi anni, si cominciò a pensare a una sua parziale distruzione, poiché era ritenuto un ricordo dei soprusi stranieri. Solo il Cortile della Rocchetta e la Corte Ducale avrebbero dovuto essere risparmiate, tuttavia nel 1883 l’architetto Luca Beltrami ottenne l’incarico per i lavori di restauro del castello. Il suo operato mescolò demolizioni e rifacimenti, condotti sulla base di documenti originali e di processi deduttivi. I lavori furono eseguiti con la volontà di restituire una possibile realtà storica alla costruzione e per creare un monumento coerente con l’idea comune di edificio medioevale. In quest’ottica, tra il 1893 e il 1894 il torrione rotondo di destra fu rialzato, coronato di merli e coperto da un tetto (al suo interno venne collocato un grande serbatoio per l’acqua potabile), la porta detta di S. Spirito e il coronamento della torre di Bona di Savoia rifatti. Nei tre anni successivi furono anche abbattute altre costruzioni che si erano aggiunte alla struttura originaria in epoche diverse, rifatte le finestre verso il parco, ricostruite le merlature e le decorazioni degli interni, fu liberata la loggetta di Galeazzo Maria nella Corte Ducale e se ne rialzò la trabeazione. La torre dedicata a Umberto I, posta sulla facciata verso la città (comunemente nota come Torre del Filarete) fu interamente ricostruita su disegno del Beltrami che si ispirò ad una sinopia (disegno preparatorio di un affresco) rinvenuta in una delle sale dell’Abbazia di Chiaravalle. L’ultima guerra provocò danni ingenti che portarono ad ulteriori rifacimenti e a nuovi allestimenti delle collezioni.